“Una maldestra operazione di prolungamento di un cavo da parte di un membro dell’equipaggio e il C3 si inabissò a oltre mille metri di profondità”
“A quarant’anni da quel giorno ho intrapreso la più grande impresa della mia vita: strappare il C3 dagli abissi. Non si tratta solo di un fatto di natura sentimentale ma di un progetto ricco di contenuti scientifici. Nessuno ha mai esplorato quel fondale a mille metri di profondità…”
Il ricordo più vivido di quel novembre del 1948 è l’immagine di mio padre che, con un gesto istintivo, tenta di afferrare il cavo mentre il C3 affonda, come se potesse arrestare con le mani l’inabissamento del suo sottomarino.
Forse già allora sapevo che avrei dovuto provarci, che avrei dovuto tornare laggiù per tentare un’operazione di recupero. Nel maggio del 1988, a 40 anni dall’inabissamento ho effettuato la prima spedizione nei fondali al largo di Capri per sondare l’ambiente e impostare il lavoro di recupero.
Il progetto è divenuto operativo dopo l’accordo siglato con la Taurus International, l’azienda francese già protagonista delle operazioni di recupero del Titanic e dei resti del DC-9 affondato a Ustica. La Ifremer, azienda legata alla Taurus, ha realizzato “Nautile”, il sommergibile a bordo del quale ho effettuato, assieme a due tecnici, una prima ricognizione sui fondali del mare. Ricordo che il sonar del Nautile ha iniziato ben presto a rilevare una notevole presenza di pezzi metallici sul fondale, a 1070 metri di profondità, ma, una volta giunti sul posto, ci siamo accorti che si trattava di residuati bellici, soprattutto armi ed enormi casse di munizioni. Ve ne sono un’infinità sul fondale del golfo napoletano. La presenza di armi e casse adagiate sui fondali, ancora ben visibili a oltre quarant’anni di distanza dal loro inabissamento, ci ha galvanizzati sulle possibilità di recuperare il C3: la consistenza di questo tipo di fondale è tale che evidentemente il processo di insabbiamento è particolarmente lento, quindi la sagoma del sottomarino potrebbe risultare identificabile anche a distanza di tanto tempo.
Durante quella prima spedizione non siamo riusciti nella nostra impresa, ma credo che la spedizione sia stata un’occasione irripetibile per effettuare una seria sperimentazione dei materiali e delle tecnologie d’avanguardia impiegate, oltre che per verificare le condizioni ambientali esistenti nelle acque profonde del Mediterraneo. Infatti, di sommergibili come il Nautile ne esistono pochissimi esemplari al mondo: è caratterizzato da una tecnologia avanzatissima, cosa che ci ha permesso di effettuare un vero e proprio sopralluogo di carattere scientifico. Abbiamo analizzato e classificato il fondale marino. Nessuno era mai stato prima a 1070 metri di profondità e le indicazioni forniteci dagli esperti indicavano la presenza di un fondale piatto con una lieve pendenza. Invece, abbiamo scoperto che esistono, a circa 2 miglia al largo di Napoli, veri e propri pendii e strapiombi, muraglie di sabbia alte anche cento metri di cui nessuno sospettava l’esistenza. Abbiamo inoltre verificato la presenza di forti correnti a tali profondità, grazie al ritrovamento di curiosi avvallamenti di “spazzatura marina”: detriti, rifiuti e scarichi ammassati dal gioco delle correnti in determinate zone del fondale, quasi si trattassero di precisi punti ove la natura sommersa concentra i poco graditi omaggi da parte di chi vive nella parte emersa della terra: per noi all’interno del Nautile, è stato un modo per avvertire la “presenza” dell’uomo anche a oltre 1000 metri di profondità e per verificarne una volta in più la scarsa cultura dell’andar per mare oggi esistente.
Ho ancora impresse negli occhi le sequenze irripetibili di immagini suggestive: il fondo del mare ricorda il paesaggio lunare; fino a 150-180 metri l’acqua è ancora blu, sempre più scura, finchè a un certo punto si entra nel mondo senza luce. La velocità di immersione era di 4 metri al secondo. Accendere i fari, a tali profondità, è come usare gli abbaglianti di un’auto in mezzo alla nebbia: il plancton riflette la luce, la visibilità è scarsissima. Gli abissi sono un mondo pieno di vita: micro-organismi in movimento si avvicinano agli oblò incuriositi, piccoli squali si aggirano sui fondali e il plancton scende verso il basso come fosse neve, per poi risalire nelle ore notturne per ossigenarsi.
È stato uno spettacolo indimenticabile; un severo momento di verifica qualitativa e tecnologica dei materiali costruttivi e di rivestimento; un’occasione unica, irripetibile, a disposizione anche di studiosi di scienze naturali, per entrare per la prima volta a diretto contatto con un mondo finora studiato solo dall’esterno.
Ecco come un’avventura affascinante può coinvolgere diversi importanti interessi.
Anche questo significa l’operazione – recupero del glorioso C3 Vassena.



